Le conseguenze del Trauma (con e senza Disturbo Post Traumatico da Stress) sulle Funzioni Esecutive

feature_traumaQuali sono i fattori, oltre al trauma in sé, che possono rappresentare cause di rischio o di protezione per lo sviluppo ed il mantenimento dei sintomi del DPTS?

Molteplici ricerche correlano la presenza di eventi traumatici a deficit cognitivi che interessano l’attenzione, la memoria e le funzioni esecutive.


Per saperne di più: http://www.stateofmind.it/2015/11/trauma-funzioni-esecutive/2/

L’allenamento per un Cervello sempre giovane

imagesEseguire gli esercizi per allenare il cervello aiuta a prevenire l’invecchiamento mentale e il declino cognitivo.

E’ quanto emerso da uno studio pubblicato sulla rivista Jamda da un team internazionale di ricercatori, coordinato da Anne Corbett del King College London di Londra (Inghilterra).

Secondo gli esperti, gli effetti benefici degli esercizi di brain training potrebbero influenzare anche la vita quotidiana. Potrebbero agevolare le persone di una certa età a svolgere con più facilità le normali attività di tutti i giorni, come cucinare o fare la spesa.

Gli autori hanno evidenziato che dopo un periodo di sei mesi di stimolazione cognitiva, i partecipanti hanno mostrato un miglioramento nelle capacità di ragionamento e di apprendimento verbale.

I risultati confermano l’ipotesi che intervenire sugli stili di vita può aiutare a conservare le funzioni cognitive e, potenzialmente, a ridurre il declino cognitivo associato all’età, soprattutto nelle persone che non assumono farmaci per prevenire la demenza.

Fonte : http://www.salute24.ilsole24ore.com/articles/18236-giochi-e-test-online-br-l-allenamento-per-un-br-cervello-sempre-giovane?refresh_ce

Il cervello allenato compensa le placche dell’Alzheimer

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Le placche amiloidi, ovvero gli ammassi proteici tipici della malattia di Alzheimer, possono essere aggirate dalle comunicazioni neuronali quando il cervello ha mantenuto una sufficiente plasticità anche nell’età avanzata.

La scoperta è di un nuovo studio basato sulla risonanza magnetica funzionale, che ha mostrato una maggiore attivazione di alcune aree nel cervello in alcuni soggetti che presentavano placche amiloidi ma con un quadro cognitivo sano.
Gli autori ipotizzano che la ragione sia l’abitudine ad affrontare attività stimolanti per il cervello.

Per quale motivo alcuni anziani con placche amiloidi, uno dei principali segni organici della malattia di Alzheimer, mantengono una funzionalità cognitiva normale, mentre altri sviluppano una forma di demenza?

Lo hanno scoperto Jeremy A Elman del Lawerence Berkeley National Laboratory a Berkeley, in California e colleghi di altri istituti statunitensi: il cervello è in grado di aggirare l’ostacolo delle placche, purché possa contare su un sufficiente livello di plasticità.

Dalle scansioni è emerso un dato molto interessante in tutti i portatori di placche amiloidi: “quanto più era difficoltoso il compito, più risultava incrementata l’attività cerebrale del soggetto” “Era come se il loro cervello avesse trovato un modo per compensare la presenza delle placche”.

Ciò che rimane ancora da chiarire è perché altri soggetti con placche amiloidi non riescano a fare altrettanto. L’ipotesi più probabile è che le persone abituate per tutta la vita ad attività cognitivamente stimolanti siano più capaci di adattarsi a un potenziale danno delle placche.

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/09/15/news/cervello_aggira_placche_amiloidi-2286976/

Un Software contro l’Alzheimer: Brainer stimola la mente

imagesChe lo si chiami “brain training” o – nella variante italiana – “fisioterapia della mente”, la sostanza non cambia: se opportunamente stimolato, il cervello umano può aumentare o rigenerare le proprie capacità cognitive. Merito dei fattori di crescita neuronale, proteine che gli conferiscono la stessa plasticità di ogni altro tessuto nervoso: una scoperta figlia degli studi di Rita Levi Montalcini, che ha aperto nuove strade nella prevenzione e nel contrasto dei danni cerebrali legati all’avanzare dell’età o a malattie degenerative come l’Alzheimer.

In altre parole, con il giusto allenamento il nostro cervello può espandersi e rigenerarsi esattamente come accade ai muscoli del corpo con lo sport: ma se leggere, frequentare altre persone e coltivare un hobby può essere sufficiente per una mente giovane, di fronte all’avanzare dell’età o a funzioni cognitive compromesse c’è bisogno di un esercizio intensivo.

Proprio per questo nascono i software di brain training, programmi per computer strutturati alla stregua di veri e propri videogiochi, il cui fine è conservare le capacità cerebrali, prevenendone il decadimento. Un ottimo esempio, in questo senso, arriva dal Politecnico di Torino, dove una start up guidata dal neurologo Giancarlo Bertoldi ha messo a punto Brainer, un software già utilizzato con successo su anziani e malati di Alzheimer, che a breve verrà sperimentato anche sui ragazzi affetti da disturbi dello spettro autistico.

Il principio in base al quale opera il programma è presto detto: “Nel cervello umano – spiega Barbagallo – nascono ogni giorno un milione di neuroni, che però muoiono altrettanto velocemente se non vengono attivati con dei collegamenti sinaptici. Patologie come l’Alzheimer  rendono questo processo più difficoltoso, ma è comunque possibile sollecitarlo con la stimolazione cognitiva: proprio per questo sono stati studiati gli esercizi contenuti nel programma”. Finora, Brainer  è stato utilizzato soprattutto sui cosiddetti pazienti Mci, ovvero a danneggiamento cognitivo medio: “generalmente – continua il manager – si tratta di anziani al primo stadio di demenza senile, o colpiti da afasia, Parkinson o Alzheimer. 

Lo staff medico dell’azienda afferma di aver registrato un miglioramento cognitivo del 27 per cento su un orizzonte di quattro mesi: “in altre parole – spiega Barbagallo – in quell’arco di tempo i pazienti si dimostrano più attenti, riescono a stabilire dei collegamenti che non riuscivano a fare, e c’è un forte abbassamento dell’apatia e un incremento della qualità dell’umore”.

FONTE: http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/466260/Un-software-contro-l-Alzheimer-Brainer-stimola-la-mente

Un videogioco per individuare l’Alzheimer

imagesSi tratta di un videogioco, un app per smartphone e tablet che potrebbe diagnosticare l’Alzheimer e altri problemi neurodegenerativi. A idearlo la startup statunitense Akili Interactive Labs. Il gioco si chiama Project: Evo, ed è progettato – almeno in questa prima fase – per iPad e iPhone. 

Come funziona? Muovendo il dispositivo, e sfruttando l’accelerometro di cui dispongono tutti i tablet, l’utente indirizza un alieno che percorre un fiume e allo stesso tempo deve premere sullo schermo in corrispondenza di pesci o uccelli.

L’esercizio, messo a punto dal neuroscienziato dell’universita’ di San Francisco Adam Gazzaley, mette in moto quello che in neurologia si chiama ‘elaborazione di interferenza’, ovvero una funzione che è tra le prime a venire meno in caso di problemi neurologici. 

Attualmente l’Alzheimer viene diagnosticato con certezza solo con una Pet, un esame molto costoso al cervello, in cui si ricercano le placche amiloidi, accumuli di proteine che causano la malattia. Nel test sono stati reclutati pazienti che hanno un alto grado di placche e un basso grado, per verificare se questo influisce sui punteggi di gioco. 

Eric Elenko, uno dei fondatori della compagnia, spiega che se riuscissimo a dimostrare che i risultati del gioco sono proporzionali alle placche, avremo un metodo di diagnosi economico e preciso.

In altre sperimentazioni in corso i ricercatori della compagnia cercheranno di verificare se un uso regolare del gioco possa migliorare i sintomi di deficit di attenzione, autismo e depressione, in cui e’ coinvolto lo stesso meccanismo neuropsicologico. 

Fonte: http://www.repubblica.it/salute/prevenzione/2014/04/25/news/app_alzheimer-84425109/

Prevenire l’Alzheimer, ora si può

images (7)Una buona notizia nel 2014 dichiarato “Anno europeo del cervello” dall’European Brain Council.

Il primo progetto al mondo per prevenire l’Alzheimer, l’insidiosa malattia degenerativa che attacca il cervello, organo tra i più preziosi, è stato realizzato a Pisa dal neurofisiologo Lamberto Maffei, presidente dell’Accademia nazionale dei

Lincei.

Il progetto si chiama “Train the Brain” (allena il cervello) e i risultati finora ottenuti, su pazienti a rischio di cadere nella patologia, mostrano nei soggetti un significativo miglioramento e anche un buon livello di gradimento della terapia, al punto che molti pazienti al termine del primo ciclo di trattamenti (sette mesi) chiedono di poter tornare per un ciclo successivo.

Gli stessi parenti documentano benefici comportamentali nell’ambito dei rapporti all’interno della famiglia.

Dal punto di vista clinico i trattamenti praticati, facendo allenare le funzionalità cerebrali con attività fisiche, intellettuali, musicali e ludiche, hanno fatto registrare una riduzione della perdita di materia cerebrale dovuta all’invecchiamento e un aumento dell’afflusso sanguigno nel cervello.

Il progetto rappresenta una grande speranza per il futuro dell’umanità, potendo alleggerire l’enorme crescente peso sociale, sanitario ed economico delle malattie cerebrali degenerative.

Fonte: http://buonenotizie.corriere.it/2014/03/23/prevenire-lalzheimer-ora-si-puo/#.UzCIGAd178w.facebook

Fai funzionare meglio il tuo cervello

images (11)Giuseppe Iannoccari, presidente di Assomensana (Associazione per lo sviluppo e il potenziamento delle capacità mentali) spiega che esistono molti modi per ottenere il massimo dal nostro cervello aumentandone le prestazioni: avere più memoria, riuscire a concentrarsi di più, sfruttare a fondo la creatività, imparare a usare meglio il ragionamento, rafforzare la logica. È possibile farlo da giovanissimi, quando le capacità cerebrali si stanno sviluppando grazie alla creazione di nuove connessioni fra i neuroni, ma è un obiettivo realistico anche per chi è già adulto: ormai si sa da tempo che le cellule del cervello mantengono una certa plasticità ben oltre i 18 anni, consentendo a chiunque di poter migliorare le performance cerebrali e in ogni momento dell’esistenza.

UNA MARCIA IN PIU’ – Stando alle ricerche scientifiche, le attività più efficaci allo scopo sarebbero, per esempio, lo studio di uno strumento musicale, la meditazione, un buon sonno, un po’ di sano movimento, o esercizi che chiunque può fare senza troppi sforzi.

L’IMPORTANZA DEL SONNO – Il cervello per potenziarsi ha bisogno di allenarsi, ma anche di riposarsi: non a caso un buon sonno è fondamentale, perché è in questa fase che le connessioni cerebrali si riorganizzano e alcuni circuiti mentali sono rafforzati mentre altri sono sfoltiti.

ATTIVITA’ UTILI – Ma quali sono le attività più utili per far diventare “super” il cervello?Come nel nostro corpo abbiamo molti muscoli diversi, da potenziare con allenamenti differenti, così il cervello ha varie capacità da esercitare: memoria, attenzione, concentrazione, linguaggio, logica, creatività, ragionamento e così via. Per stimolare il cervello però serve qualcosa che lo attivi davvero: le parole crociate, ad esempio, sono un esercizio passivo in cui andiamo semplicemente a recuperare nozioni già presenti nella memoria.

IL RACCONTO E LA MUSICA – Un altro esercizio molto semplice è la ripetizione a tre persone diverse di una notizia appresa durante la giornata: la prima volta il racconto sarà poco efficace, la seconda sarà più chiaro e fluente, alla terza ripetizione ci accorgeremo di saper riferire la storia in maniera lineare e con ricchezza di particolari. Un metodo facile, che aiuta a migliorare concentrazione, capacità linguistiche, costruzione del pensiero e memoria. Un po’ più di impegno nel lungo termine occorre per attività che secondo numerosi studi scientifici sono un toccasana per il cervello: imparare a suonare uno strumento, ad esempio, sembra addirittura in grado di aumentare il quoziente intellettivo se si comincia da piccoli

SECONDA LINGUA – C’è invece certezza sull’efficacia dell’apprendimento di una seconda lingua: da tempo si sa che i bilingui hanno un vantaggio cognitivo (ad esempio migliori capacità esecutive, cioè migliore capacità di concentrarsi su ciò che serve o di passare da un compito all’altro senza confondersi), ora molte evidenze sottolineano che pure studiare le lingue da adulti migliora le performance cerebrali.

ATTIVITÀ’ CONTEMPLATIVE – Chi preferisce attività contemplative può affidarsi alla meditazione. È dimostrato che ritagliarsi ogni giorno qualche minuto per meditare allena attenzione e concentrazione, aiutando il cervello a ottimizzare le sue prestazioni.

Fonte: http://www.corriere.it/salute/neuroscienze/14_gennaio_10/fai-funzionare-meglio-tuo-cervello-metodi-realistici-prestazioni-geniali-be5b491a-7a00-11e3-b957-bdf8e5fd9e96.shtml

Plasticità e invecchiamento

images (9)Il cervello anziano si rimodula, un videogioco per non invecchiare

Il cervello degli anziani è molto più «agile» di quanto si pensi e in particolari situazioni può «rimodularsi» somigliando a quello dei giovani: è quanto mostra un esperimento basato su una sfida con un videogioco in cui partecipanti di età compresa fra 60 e 85 anni hanno tenuto testa a un gruppo di ventenni.

Il risultato, descritto su Nature da un gruppo di ricerca dell’università della California a San Francisco, dimostra che un videogioco progettato su misura, chiamato NeuroRacer, riesce a riparare il declino cognitivo legato all’età. È anche la prova che il cervello degli anziani non perde affatto la capacità di imparare. Secondo gli autori, il lavoro fornisce, inoltre, una prova scientifica alla validità di alcuni esercizi di ‘fitness’ del cervello, criticati finora per la mancanza di prove della loro efficacia.

Il videogioco consiste in una gara automobilistica su una pista tortuosa, con molti segnali stradali pop-up che appaiono durante la navigazione. I piloti virtuali dovevano tenere d’occhio uno specifico tipo di segnale stradale, ignorando tutto il resto e dovevano premere un pulsante ogni volta che appariva quel segnale particolare.

L’esperimento richiede di sapere essere «multitasking», ovvero di saper cambiare rapidamente situazione: una condizione che di solito genera interferenze nel cervello che minano le prestazioni, soprattutto con l’aumentare dell’età. Ma dopo aver ricevuto solo 12 ore di formazione sul gioco i partecipanti di età compresa fra 60 e 85 anni hanno migliorato le loro prestazioni fino a superare i partecipanti ventenni. Il tempo dedicato alla gara è stato un’ora al giorno, tre volte alla settimana per un periodo di quattro settimane.
Dopo questo periodo, negli sfidanti più anziani sono migliorate anche memoria e attenzione.

«La scoperta è un forte esempio di quanto sia plastico il cervello degli anziani» ha osservato Adam Gazzaley, principale autore insieme con Joaquin Anguera. L’elettroencefalogramma ha indicato che il risultato è stato possibile perché nelle persone più anziane, durante l’esperimento, sono avvenuti dei cambiamenti nella rete di cellule nervose coinvoltae nell’apprendimento. In particolare è stata misurata l’attività dei neuroni situati nella corteccia prefrontale e la coerenza delle onde cerebrali tra le regioni frontale e posteriore del cervello. Appena i piloti virtuali più anziani sono diventati più abili nelle sfide, il loro cervello ha «rimodulato» questa rete neurale la cui attività ha cominciato a somigliare a quella dei giovani adulti.

Fonte: http://www.ecodibergamo.it/stories/La%20Salute/392559_ansa_un_videogioco_per_non_invecchiare_-_embargo_alle_ore_1900_di_oggi/

Più plasticità cerebrale grazie agli stimoli ambientali

PlasticitàUn ambiente ricco di stimoli consente di preservare la plasticità cerebrale, cioè la capacità del cervello di rimodellarsi, fino all’età adulta, anche quando la corteccia cerebrale è colpita da un ictus: è quanto è emerso da uno studio su topi tenuti in gabbie in cui erano liberi di camminare sulla ruota, percorrere un labirinto o contattare i propri consimili.

Il cervello adulto può mantenere o recuperare un livello di plasticità simile a quello dell’età giovanile se viene esposto a un ambiente ricco di stimoli: lo ha dimostrato su topi di laboratorio un nuovo studio pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences” a firma di Franziska Greifzu della Georg-August-Universität a Gottinga, in Germania, e colleghi di altri istituti di ricerca tedeschi.

Molte ricerche di psicologia condotte sia sull’essere umano sia sul modello animale dimostrano che essere allevati in un ambiente ricco di stimoli, fisici psichici e sociali influenza positivamente lo sviluppo del sistema nervoso, migliorando numerose capacità e competenze. Greifzu e colleghi hanno studiato in topi di laboratorio l’influenza di un ambiente ricco di stimoli su una particolare caratteristica del cervello dell’uomo, così come di molti mammiferi: la plasticità neuronale.

L’encefalo, in particolare nella regione corticale, è in grado di modificare la propria struttura e funzionalità in base all’intensità e al tipo di stimolazione che vi giunge. Se per esempio si perde un occhio, viene a mancare metà della stimolazione che in condizioni normali arriva alla corteccia visiva. Quest’ultima, di conseguenza, si “rimodella”, degradando i fasci di neuroni collegati all’occhio perduto e dedicando un’area maggiore all’elaborazione degli input visivi dell’occhio sano, secondo un meccanismo denominato plasticità delle colonne a dominanza oculare (OD).

La plasticità neuronale è un fenomeno che caratterizza l’età dello sviluppo neurobiologico e va perdendosi durante l’età adulta. Nel caso dei topi cresciuti nelle gabbie standard di laboratorio, prive di stimoli, la plasticità OD raggiunge il suo massimo alla quarta settimana di vita, diminuisce dopo 2-3 mesi ed è completamente assente a 110 giorni dalla nascita.

Per il loro studio, gli autori hanno realizzato delle gabbie in cui i topi potevano circolare liberamente, camminare su una ruota, percorrere un labirinto e incontrare altri topi. Questo ambiente rappresenta un notevole arricchimento degli stimoli cognitivi fisici e sociali rispetto alle gabbie standard, ed è in grado, secondo i risultati della sperimentazione, d’influenzare notevolmente e in diversi modi la plasticità OD. In particolare, i topi hanno dimostrato di possedere plasticità neuronale fino a 320 giorni di vita, cioè ben oltre il limite temporale documentato in condizioni normali, sia quando venivano allevati fin dalla nascita nelle gabbie ricche di stimoli sia quando vi venivano trasferiti già in età adulta.

La permanenza nella gabbia ricca di stimoli è risultata efficace nel preservare la plasticità OD anche  quando i topi erano colpiti da un ictus, prodotto artificialmente dagli sperimentatori, una condizione che in situazioni normali può compromettere notevolmente la capacità di rimodellamento della corteccia.

Fonte: http://www.lescienze.it/news/2014/01/08/news/corteccia_plastica_stimoli_ambientali-1953740/